top of page

VIOLENCE DETECTOR

  • 02spiblo02
  • 20 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

I recenti, drammatici episodi di violenza giovanile culminati nell’omicidio del diciottenne di La Spezia, avrebbero dovuto accendere ulteriormente il faro sulle problematiche che affliggono i nostri ragazzi, sul disagio e sulla anaffettività, sull’eccesso di individualismo ed il malinteso protagonismo, sugli errori che il mondo adulto continua a fare nei confronti delle nuove generazioni alle quali si offrono modelli discutibili e valori alterati. Invece no. Nemmeno la morte placa l’onda funesta dell’odio che cerca capri espiatori,  nemmeno la disperazione ispira un po’ di pudore ai titolisti delle “pravde” di governo ed ai luogotenenti del suprematismo nazionalista scatenati sui social  e nelle loro televisioni accondiscendenti e prone, ormai piazze senza regole né decenza. Nessuna pietas, nessuno a cui venga il dubbio che certi comportamenti non siano conseguenza dell”appartenenza a certe etnie” come ha indegnamente dichiarato il sindaco della città ligure dove è avvenuto l’omicidio, ma piuttosto l’esito malato del martellamento quotidiano sulla rilevanza  della prepotenza, sul predominio della forza, sulla  violazione delle regole di un umanesimo deriso, teorie e concetti esaltati e proposti come giusto metodo di condotta e di confronto rispetto alle decadenti pretese del dialogo, della mediazione e dell’ascolto. Il recupero del “rispetto” evocato dal ministro Valditara passa, per lui e perla sua parte, da una moltiplicazione dei controlli e della repressione ignorando pressoché totalmente che il rispetto discende dall’educazione e dal riconoscimento e dalla comprensione dell’altro. La pretesa è ormai quella di (im)porre sé stessi al centro del mondo. Quale che sia la propria posizione all’interno della società  la tendenza generalizzata è al disconoscimento di ogni relazione con gli altri che non sia basata sull’utilità o sul possesso. Si fa di tutto, anche politicamente,  per azzerare l’appartenenza ad un gruppo sociale, per dissolvere il senso di comunità. Tutto fa comodo per annullare la consapevolezza dei diritti calpestati, per disgregare e parcellizzare le rivendicazioni da collettive ad individuali svuotandone la capacità di incidere e riducendole ad una  lotta impari tra chi può e chi subisce. Proprio l’adolescenza e l’età giovanile sono stati in passato motore di grandi cambiamenti. Il ’68 e la grande rivoluzione culturale e sociale di quegli anni sono nati nelle scuole e nelle Università prima ancora che nelle fabbriche. Si respirava una volontà  di miglioramento delle condizioni di vita che riguardava tutti, si voleva un futuro migliore ma comune, non si inseguiva solo il proprio ego. C’era una prospettiva, forse era solo un sogno, ma bastava a mettere in discussione, a cercare nuovi equilibri, a trasgredire l’ordine corrente, a dare un senso ed un orizzonte alle giornate. Oggi, come ha scritto lo psicologo Mattelo Lancini su La Stampa “la trasgressione e l’opposizione non sono più la cifra dell’adolescenza” . Tutti allineati e coperti, all’inseguimento, dice ancora Lancini,  delle “mille promesse mai mantenute” che la società degli adulti va ripetendo  come un mantra che non trova riscontro nella realtà.  Cosa c’è nella loro quotidianità ? Divieti, ancora divieti  e promesse di maggior severità ma nessuna forma di educazione alla vita sociale in età scolare. Poi, appena fuori dalle aule, lavoro sottopagato, provvisorio, inadeguato, insufficiente. Intorno un tambureggiare implacabile di slogan che diffondono false certezze, nuove divisioni, odio ( non insofferenza, proprio odio allo stato puro) contro chi non si allinea alla narrazione dominante: il diverso, lo straniero, il povero, il perdente. Chi disturba va eliminato, la massima è stata resa paradigma dall’uomo più potente del mondo ed avallata dai suoi cortigiani, perché dunque non farla propria anche a livello personale, adattarla ed adeguarla alle proprie vicende quotidiane ?  C’è davvero da stupirsi se i ragazzi traggono ispirazione dalla violenza elevata metodo di interpretazione delle relazioni internazionali, politiche, sociali? Dalle parole usate come manganelli, armi di offesa senza limiti alla decenza ed alla vergogna ? “la potenza del logos sull’anima di una persona è come quella di un padrone sullo schiavo” scriveva Platone e Papa Francesco, allarmato da questa deriva, proprio su questo tema aveva rivolto un appello per il tramite del direttore del Corriere della Sera: “Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra. C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità.” Bisognerebbe provare a partire da qui invece che dai metal detector.      

 
 
 

Commenti


bottom of page