TRA CIELO E TERRA
- 02spiblo02
- 25 lug 2025
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Fa caldo, la voglia di applicarsi alla complessità, già latitante di per sé davanti al binomio perverso di semplificazione e superficialità distribuiti a piene mani da media, social e furbi affabulatori (sedicenti politici avvertiti), pervade animi già fiaccati. Eppure bisogna provarci a ragionare su quel che si muove con costanza giornaliera tra le righe della cronaca e i maneggi di palazzo. In prima pagina domina la “palazzopoli” milanese il cui dibattito ormai verte sulla conciliabilità politica dell’etica con lo sviluppo. Le varie forze politiche in ordine indistinto fanno quadrato per dimostrare forse che i grattacieli sono nati da sé, inevitabile e spontanea genesi da un tessuto umano e imprenditoriale sedicente di assoluta avanguardia. Accanto alla nuova deriva della “capitale amorale“ si accumulano inchieste. Colpiscono ancora il PD: a Prato, a Torino, a Pesaro da ultimo. Piccoli e grandi appetiti personali affiorano tra le macerie di una politica che pare incapace di proporre e per questo subisce le iniziative di una imprenditoria viziata al gioco delle relazioni che risolvono, indifferente all’esito dei progetti ed alla loro ricadute sociali. Sulla vicenda di Milano Michele Serra ha scritto: “La sola cosa che rimpiango della Milano in cui sono cresciuto è l’antica, diffusa certezza che la politica avesse gambe e testa quante ne bastavano per governare il domani “. Ecco il punto. Ormai in ogni schieramento si vive nell’oggi, avvinti da personaggi e da personalismi. A sinistra non si riesce ad affermare un gruppo dirigente capace di autentica leadership, rigido sui principi e flessibile sul contingente. Imperversano “vernissage” e salotti che trasversalmente ospitano la stretta cerchia di quelli che contano o che vorrebbero contare. Si resta ciechi davanti al degrado e sordi davanti alle occorrenze di chi non ha “frequentazioni di livello”. Il problema, lo si è visto, non è solo di Milano. La politica che è anche arte del compromesso e della mediazione, sembra ormai esaurirsi dentro queste formule che la riducono a terreno d’elezione per abili manovratori d’intese spartitorie o per ideatori di schieramenti posticci da gettare sul mercato sempre più ristretto del voto. Mentre la gente chiederebbe idee e futuro ci si perde dentro costruzioni fortunose ma mai fortunate. Intanto si studia una riforma elettorale da cucire sulle ambizioni di questa destra e si pensa che si potrebbe puntare, per ribaltare le sorti, su una nuova “balena se non bianca almeno bianchiccia” perché “ al centro c’è spazio” E certamente ce n’è abbastanza perché qualcuno riguadagni il proscenio a titolo personale. Se da parte di chi governa si è tornati a muoversi con disinvoltura estrema nel campo dei privilegi che è quello che gli appartiene, a sinistra ci si perde nella tattica e si smarrisce la strategia. E’ troppo chiedere di applicarsi oltre che nell’infinita teoria delle trattative, un’idea o, meglio ancora, un ideale ? E’ possibile sperare che si torni ad agire sul difficile crinale dell’equilibrio tra “il cielo degli ideali e la terra degli uomini”, come auspicava Norberto Bobbio, che richiamava all’ascolto dei bisogni , delle esigenze , finanche delle paure che vanno analizzate e dissolte perché non diventino terreno fertile per rigurgiti di odio alimentati ad arte ? Bobbio dava però per scontato che a monte, appunto nel cielo degli ideali, vi fosse un progetto di società e di vita. Insteriliti i dibattiti negli estenuanti distinguo viene da chiedersi : chi si preoccupa delle persone ? Intendo dire di coloro che, a Milano per esempio, non possono permettersi di “spendere 100 euro per mangiare un’insalata..”( come dice la stilista Raffaella Curiel su La Stampa”) o di pagare 1.200/1.500 euro di affitto mensile ? Quelli che le “global city” care all’architetto Ratti espellono e confinano nei nuovi ghetti di periferia , costretti a subire le la fatica del pendolarismo, le inefficienze dei trasporti? Dei tanti che faticano a far quadrare il bilancio familiare perché il costo della vita sale a dispetto delle “meravigliose sorti e progressive” spacciate dalla propaganda ufficiale ? Occorre senza dubbio concretezza ( la terra) ma non solo questo. Se non si propone una idea nuova di società, più inclusiva, più equa nelle opportunità, più giusta nei diritti, che riconosca il merito senza discriminare il bisogno, che ammetta il giusto profitto senza che questo schiacci i salari, non si fa il salto di qualità. E’ necessario, oggi più di sempre, marcare la distanza tra il fare politica come esasperato esercizio di potere e la politica come progetto orientato al bene comune. Sarebbe ora ( bisognerebbe, sarebbe auspicabile o altra forma verbale di un tempo che torni ad essere fertile) di rilanciare il sogno di una felicità possibile anche senza i lustrini delle prime file.



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