TITOLO III
- 02spiblo02
- 30 apr 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Dopo l’ottantesimo anniversario della Liberazione dalla dittatura e dall’occupazione nazista tocca ora alla celebrazione della Festa del lavoro. In entrambi i casi però a margine dei discorsi e delle canzoni ci sono molti, troppi morti. Se per il 25 aprile può essere fatto valere il contesto degli anni di guerra, della peggiore nella storia umana, anche se questo non giustifica in alcun modo le violenze gratuite e le crudeltà inumane, per il primo maggio non si può portare a giustificazione niente altro che la costante corsa al profitto senza regole. Andando a interrogare i motori di ricerca si legge che tra le ragioni di festeggiamento vi sono la riduzione dell’orario di lavoro ad otto ore, i miglioramenti della retribuzione, le migliori condizioni di sicurezza sul lavoro. Cosa resta di questi motivi, stando alla cronaca pressoché quotidiana? L’orario di lavoro è almeno formalmente rispettato nelle grandi aziende, dove non mancano però le pressioni psicologiche sul risultato da raggiungere tutti i costi; ma cosa accade nelle piccole realtà ? Che orario fanno i tanti, troppi lavoratori a tempo determinato sempre sotto la spada di Damocle del licenziamento ? Quante sono le ore di straordinario effettivamente svolte e quante quelle retribuite? Ed a proposito di salario: sono ormai arcinote le statistiche che rilevano come questi ed il relativo potere d’acquisto siano in Italia inferiori alla media europea. Come rileva l’Ocse, i salari, inferiori rispetto ai grandi paesi europei ma ancora superiori ai paesi più piccoli , sono sostanzialmente rimasti fermi tra 1990 e 2023 ( +1% contro il +32,5% media Ocse; interessanti al riguardo i grafici presenti in rete sul sito “pagellapolitica.it). A fronte di questi numeri il rapporto profitti/salari è passato dal 36% del 2000 al 41% del 2022. Se poi guardiamo all’incremento dei compensi ai cosidetti “top manager” rispetto al salario più basso vediamo una crescita impetuosa: infatti la retribuzione di costoro è passata da essere 12 volte quella di un operaio ai tempi di Valletta, Amministratore delegato Fiat negli anni ’60, alle 416 volte del 2008 ed alle 649 volte del 2020. Sono dati che dimostrano in maniera inequivocabile che le aziende, pur tra crisi, covid, incertezze internazionali, hanno continuato a far crescere i guadagni ma che questo incremento non viene neanche parzialmente redistribuito tra i lavoratori. Infine la sicurezza…di quale sicurezza stiamo parlando se nel 2023 si sono registrate 1038 morti sul lavoro, nel 2024 siano saliti 1090, nei primi due mesi del 2025 siamo già a 138 con incremento del 16% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno? Ancora due giorni fa c’è stata una vittima, nelle cave di marmo di Carrara. Si viaggia ormai costantemente sopra la terrificante media di tre morti al giorno. Sebbene nel 2024 il Ministero del Lavoro sia tornato ad aumentare, dopo i cali del 2023, le indennità in denaro riconosciute ai superstiti , resta l’angosciante constatazione che in troppi lasciano casa e famiglia al mattino e non rientrano la sera per il solo fatto di essere andati a guadagnarsi la giornata lavorando. La legislazione in materia resta carente ed è stata peggiorata dalle improvvide determinazioni del “Jobs act” . Nessuno vuol qui contestare il legittimo diritto di chi intraprende ad avere la giusta e ampia retribuzione per il suo lavoro e per il rischio che si assume, ma questo non può trasformarsi in una rincorsa senza limiti al profitto, in una ricerca quotidiana di abbattimento dei costi a discapito della sicurezza. E qui deve intervenire la politica . Deve ritrovare coraggio la politica e tornare a condurre l’economia e non farsi condurre da questa sulla via della crescita illimitata e senza regole. I diritti devono restare sempre al fianco dei doveri senza che questi divengano mai obblighi. Anche questa è una forma di resistenza, la resistenza contro la perdita di dignità (titolo III artt. da 35 a 40-Costituzione Italiana) . Buon primo maggio.



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