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THE WINNER TAKES IT ALL

  • 02spiblo02
  • 30 ott 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 5 nov 2025

Sarebbe la sintesi ideale, il successo anni ’80 degli Abba, per descrivere la linea politica della destra al governo in Italia e nel mondo. Non ci hanno pensato gli organizzatori di Atreju, ma per l’anno prossimo potrebbe essere un suggerimento. L’ultima esibizione del concetto secondo il quale chi vince le elezioni ed ottiene la maggioranza del consenso popolare può, anzi deve decidere tutto e senza che alcun ostacolo si frapponga alla sua volontà , si è misurato sulla decisione assunta dalla Corte dei Conti di non dare il proprio avallo alla delibera del Cipess con la quale si approvava il progetto di spesa di 13,5 miliardi di denaro pubblico per l’avvio del cantiere del ponte sullo stretto di Messina, il progetto simbolo di Matteo Salvini. Nello specifico la decisione contraria verte, per quel che si desume dai rilievi sollevati, soprattutto su una sostanziale superficialità nella predisposizione del progetto da parte dal Ministero preposto ( perché non mi stupisce? ). La decisione della magistratura contabile è subito stata oggetto di strali da parte degli esponenti di governo, sebbene con sfumature differenti. Il “grande architetto dell’opera” ha subito offerto il petto ai colpi avversi dichiarando che “non si fermerà”, l’altro vice premier, Tajani, ritrovando accenti berlusconiani ( del resto quella è l’origine del supposto dogma) ha dichiarato testualmente che “non è ammissibile che in un paese democratico la magistratura contabile decida quali siano le opere strategiche da realizzare”. La/Il premier Giorgia Meloni ha, molto più scaltramente, colto la palla al balzo accusando la magistratura di “bloccare il paese”. La /il Presidente del Consiglio non si focalizza tanto sulla vicenda specifica ( del resto del ponte non si interessa più di tanto e se tiene il punto è giusto per ragioni di coalizione)  quanto sull’imminente avvio della battaglia in vista del referendum sulla legge di riforma della Giustizia che, dopo lo scontato voto favorevole del Senato, sarà oggetto di referendum costituzionale nella primavera 2026. E’ con ogni probabilità l’unica “grande riforma” di quelle promesse in campagna elettorale che potrà, se approvata dalla maggioranza dei cittadini, essere posta all’attivo del bilancio dell’esecutivo dato che l’autonomia differenziata è stata smontata dalla Corte Costituzionale e la riforma del premierato è per ora tenuta in naftalina perché si annusa una condivisione popolare non garantita. La magistratura allora. Quale miglior bersaglio di questa casta di funzionari statali che godono di stipendi elevati, di una posizione di un qualche prestigio sociale ma che nessuno elegge e che ciononostante si piccano di voler applicare le leggi a tutti, anche ai politici eletti che governano un paese ? Che la funzione autonoma ed indipendente del potere giudiziario ( art.104 Costituzione) rappresenti uno dei pilastri fondanti di un sistema democratico è una questione che pare non interessare. La macchina propagandistica sta affilando le armi sulle gazzette allineate e sui social scatenati per sommergerci di casistiche dalle quali risulterà che i giudici sono inefficienti, ideologicamente compromessi e da limitare a ricondurre a obbedienti servitori di chi comanda. La divisione dei poteri è roba superata. Lo afferma il Vangelo secondo Trump già anticipato da Licio Gelli nel suo piano di “Rinascita democratica” e ribadito nei piani strategici dei Think Thank d’oltreoceano già in gran parte brillantemente attuati da Orban in Ungheria. L’obiettivo è chiaro. “Potere politico concentrato nel vertice, potere dell’esecutivo che non deve essere sottoposto al controllo della legge” come scriveva Gianfranco Pasquino ad agosto su “Il Domani” dopo aver ripercorso i “fondamentali” di uno stato di diritto da Montesquieu ed Hamilton e Madison,  chiosando poi che quella che si prospettava era “una brutta e sgradevole concezione della democrazia”. Bisognerà fare attenzione, poiché l’azzeramento della capacità di analisi rischia di portarci dritti dritti a consegnare le nostre vite a quelli che Popper chiamava “i terribili semplificatori”, coloro che credono di poter controllare e prevedere il futuro negando la libertà individuale e la complessità sociale. E se accadrà, ci resteranno solo le parole di un passaggio della canzone degli Abba, forse nuovo e triste inno sovranazionale “The winner takes it all /The loser has to fall/ It's simple, and it's plain (it's so plain)/Why should I complain?”

 
 
 

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