SI PUO' FARE
- 02spiblo02
- 20 mag 2025
- Tempo di lettura: 2 min

L’esito delle elezioni presidenziali in Romania è una lezione che dovremmo imparare a memoria; soprattutto dovrebbero imprimersela bene in mente tutti i leader dell’area progressista nostrana dediti in prevalenza alla zuffa ed al distinguo. Dopo che al primo turno un’affluenza del 53,2% aveva consentito al razzista e filo-putiniano George Simion, appoggiato dal neonazista Georgescu, di stravincere con circa il 40% dei voti, il ballottaggio di domenica ha consegnato la Presidenza a Nicosur Dan, candidato centrista filo-europeo, grazie ad una affluenza alle urne pari al 64,7%, il dato più alto degli ultimi trenta anni nel paese che fu di Ceausescu. Dunque aver riportato ai seggi i cittadini schifati da anni di corruzione e di malgoverno è stato il primo passo per porre un freno al rischio di deriva ultra-nazionalista . A questo ha sicuramente contribuito la rivolta etica di chi non voleva consegnare il paese a logiche di estrema destra ( fenomeno già riscontrato in Francia al secondo turno delle politiche lo scorso anno) nonché al rischio di una probabile alleanza strategica con il Cremlino. Il fattore endogeno ha sicuramente avuto il suo peso. Ma l’altra carta vincente è stata quella di mettere in prima fila una persona che si è distinta negli anni per la sua dirittura morale oltre che politica. Un uomo che si è battuto contro lo sviluppo urbano illegale, che da sindaco della capitale ha avviato una battaglia decisa contro la corruzione, che ha sempre dichiarato la sua adesione ai principi delle democrazie occidentali e ribadito la sua fiducia nell’Europa . Pragmatico e poco ideologico, non è l’espressione della “nomenklatura” di Palazzo e per vincere contro gli attacchi montanti dell’avversario ( sempre più violenti via via che i sondaggi confermavano il probabile ribaltamento del risultato elettorale) ha scelto di scansare la rissa e puntare su fatti ed obiettivi, cercando di coinvolgere la gente, che infatti l’ha seguito. Una lezione si diceva. Prima di tutto riportare i delusi, gli arrabbiati, i rassegnati a prendere consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo. Restituire fiducia e tracciare una netta linea di separazione con la linea del “compromesso per la poltrona” che ha alimentato da un paio di decenni la sostanza della politica anche in quei movimenti nati per “smontare tutto” ed in quelli che hanno creduto a sedicenti leader “rottamatori” ( poi lesti ad incollarsi a qualunque scranno). Rilanciare ogni giorno il tema dei diritti e quello dei doveri, che non sono scissi gli uni dagli altri ma che rappresentano, insieme, la soluzione virtuosa per una crescita comune. Difendere le fasce più deboli sostituendo agli slogan proposte concrete. Poi raccontare senza complicate astrusioni i rischi connessi alla deriva nazionalista, consci però che non si può vivere di emergenze senza costruire qualcosa. Spiegare l’Europa e quello che si vorrebbe che fosse ma anche quello che è, l’unica soluzione per un continente altrimenti destinato all’irrilevanza. I fatti ci dimostrano che una via d’uscita dal tunnel c’è . Certo, serve generosità e senso del bene comune. Serve abbandonare l’abitudine del privilegio. Serve farsi da parte se non si ritiene di poter assecondare questo nuovo, indispensabile slancio. E’ difficile ? Lo è. Ma Bucarest ci ha dimostrato che si può fare.



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