top of page

PUNTURE DI SPILLO

  • 02spiblo02
  • 1 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

«Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». Non avrebbe avuto dubbi Agatha Christie dopo la prima pagina de La Verità di sabato 29 novembre: la destra di governo sta puntando alla delegittimazione del Presidente della Repubblica.  Prima il “caso Garofani”, con il titolone a tutta pagina che strillava al complotto previo manipolazione  del testo di una mail anonima e l’attribuzione ad un consigliere del Presidente parole mai pronunciate (lo “scossone” era una considerazione dell’estensore della confidenza) , poi la dichiarazione del Presidente del Senato La Russa che tornava a chiedere le dimissioni “per opportunità” dello stesso consigliere, parole ritrattate nel giro di poche ore ma intanto date in pasto alla pancia sospettosa dei sostenitori. Sabato il terzo indizio:  altra prima pagina della “Pravda nera” che torna a pungere riportando un altro spiffero, parole carpite da Gianfranco Rotondi, riferite ad Augusto Minzolini che le ha riportate a Maurizio Belpietro (funziona il telefono senza filo! ) il quale le ha prontamente berciate a cinque colonne: “Il Quirinale prepara un altro sgambetto”. Un titolo nel qualche colpisce oltre che il riferimento, stavolta diretto, a Sergio Mattarella, anche la parola “un altro” che spalanca le porte all’abisso della congiura già paventata una decina di giorni prima. Punture di spillo, certamente, poiché non è prudente sferrare un attacco frontale contro un uomo che gode di ampia e trasversale popolarità, dunque piuttosto una tecnica "Gutta cavat lapidem", da venticello rossiniano, ben sapendo che ogni cosa “si propaga e si raddoppia” nel pentolone in perenne ebollizione dei social.  La strategia è diventata urgente dopo l’esito delle ultime elezioni regionali che pur nel disastro di un astensionismo dilagante  ha toccato le antenne sensibili di Palazzo Chigi e dintorni. Parola d’ordine: accelerare sulle “riforme melonissime” ovvero premierato e revisione del sistema elettorale. Nel primo caso si prevede l’ennesima disarticolazione del testo costituzionale con esaltazione della figura del capo dell’esecutivo che sarebbe eletto direttamente dal popolo  ( non importa in che percentuale)  e dunque quanto mai “unto” di sovranità e intangibilità. Contestualmente la figura del Presidente della Repubblica finirebbe con l’essere svuotata di ogni contenuto significativo e rilevante risultando poco più di un notaio-simbolo. Il progetto si fonda sull’innegabile capacità di leadership di Giorgia Meloni ( per altro: après  Elle, le deluge)  che mira a sfruttare nello stesso tempo il favore di cui ancora pare godere e lo spirito dei tempi, con la dilagante nostalgia dell’uomo solo al comando che percorre un po’ tutto il pianeta, orbo dei danni che l’instaurazione di regimi personalistici ha sempre storicamente provocato. La riforma del sistema di voto è invece uno stratagemma che dovrebbe consentire all’attuale maggioranza di blindare l’esito delle prossime consultazioni politiche del 2027 (salvo anticipo da non da escludere per cogliere impreparato il “nemico”). La tattica è stata già tentata in passato, ultimo protagonista quel Matteo Renzi che singolarmente è stato tra i primi ad attaccare il progetto di Donzelli (vorrà i diritti d’autore…) e per il quale la sorte non fu benigna. Indipendentemente dal sistema scelto, infatti, c’è un elemento che per quanto svalutato ed ignorato, resta centrale in una elezione: il cittadino; con queste percentuali di astensionismo basta recuperare un 10/15% di quelli che sono stati a casa e già può cambiare tutto, alla faccia di sistemi, sondaggi e cabale assortite. Ma per tornare al tema: su entrambe queste azioni di governo le perplessità del Capo dello Stato, non in quanto politico di parte ma in quanto custode degli equilibri democratici e della Costituzione,  sono facilmente desumibili dalle pur misuratissime dichiarazioni pubbliche di Mattarella, i cui richiami alla correttezza istituzionale ed al rispetto delle garanzie e dei bilanciamenti di potere sono molto ascoltate e ben recepite. La soluzione per aprirsi un varco nel cuore e nelle menti della opinione pubblica può quindi essere quella di cercare, titolo dopo titolo, parola dopo parola, smentita dopo smentita, di trascinare il Presidente nel tritacarne sguaiato della battaglia di parte, presentarlo come tutore non della integrità delle regole democratiche ma di una parte politica. Una figura da ridimensionare in nome del popolo sovrano che sceglierà così il suo monarca sebbene, come scrive Nadia Urbinati “ l’unificazione di tutto un popolo sotto un solo capo è un’autentica violazione dello spirito della democrazia anche se il metodo utilizzato per conseguirla ( le elezioni) è democratico”.  Una ragione in più per restare vigili e non cedere mai, nemmeno di un millimetro, sulla difesa dei principi e dei valori

 
 
 

Commenti


bottom of page