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LA MEMORIA NON STA FERMA

  • 02spiblo02
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Oggi la memoria, quella memoria, sarà sulle prime pagine, nelle trasmissioni televisive e radiofoniche, nei post sui social. Mi chiedo: sarà solo una sfilata di ipocrisie o servirà a rimettere davvero al centro l’attualità insuperabile dell’orrore coniugato nella sua massima espressione ? Sarà solo il ricordo (dovuto) o affiorerà la coscienza viva del pericolo che incombe perenne quando la ragione si spenge e l’odio si fa politica? La sensazione, in questi giorni più che mai, è che la celebrazione delle vittime dell’Olocausto sia diventata, come molte altre, la rappresentazione onirica di una irrealtà. Ogni vicenda si dissolve e si fraziona nella rete,  rischia di sembrare finzione fino a che non ci tocca da vicino. La storia non è più ciò che è avvenuto ma quello che ci  viene raccontato, un film che chissà se è vero e quanto lo è, qualcosa che in ogni caso non ci coinvolge più. La Shoah rischia così di essere per molti una sorta di fiction;  la osservano come farebbero con una serie tv, terribile ma estranea; la memoria uno sforzo inutile se non dannoso. Certo, si rispetteranno tutti i riti dovuti, si  organizzeranno incontri e dibattiti, scorreranno le terribili immagini dell’indicibile, si intervisteranno gli ultimi superstiti.. Ma la memoria vive davvero dentro chi ascolta? Riesce ancora a suscitare emozioni, a stringere lo stomaco ? Oppure la vergogna si è ormai dissolta, diluita dal tempo, diventando, come scriveva Primo Levi, qualcosa che «spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia» ? Con la vergogna si è  probabilmente (purtroppo, forse)  dissolta la memoria come lezione da non dimenticare, come monito e come ispirazione dell’azione politica e sociale. Quanti olocausti sono seguiti a quello congegnato dalla perversa ideologia nazista ? Le stragi ripetute del popolo curdo, quelli in Cambogia, in Ruanda, ed ancora in Sudan e a Gaza. Popoli fatti oggetto di odio programmatico e di sterminio pianificato. Tutto questo, almeno fino a non molto tempo fa,  riusciva a provocare uno sdegno generalizzato; adesso non più. Nemmeno questo. Nella migliore delle ipotesi “c’è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsene toccato” (ancora Primo Levi) nella peggiore si torna a giustificare, persino a teorizzare superiorità etniche e razziali, ad impugnare la religione come spada che divide invece che come parola che unisce. In qualcosa avremo sbagliato, noi che ci ostiniamo a credere nella possibilità di un mondo più giusto, nella necessità di riconoscere il valore dell’uomo come assoluto e non in relazione alla sua utilità economica, nella ricerca continua della giustizia sociale se oggi questi temi appaiono a troppi come polverose nostalgie se non fastidiosi perbenismi. Abbiamo forse considerato troppo presto, con troppo ottimismo, che la natura dell’essere umano fosse cambiata, che la tragedia che aveva attraversato il mondo avesse generato un irreversibile senso di ripulsa. Eppure ci aveva già avvertito Hannah Arendt che "La banalità del male non è la presenza del demoniaco, ma l'assenza del pensiero". Abbiamo consentito che abili manipolatori prendessero possesso delle menti attraverso ricette antiche rivisitate e impreziosite di modernità, tentati anche noi dal mito di un progresso inarrestabile. Ci siamo illusi che non si sarebbe più potuto accettare un odio così totale, ottuso, spietato. Ci ritroviamo invece a domandarci, come ha fatto ieri Maurizio Maggiani su “La Stampa” “se tutta questa iradiddio che giorno dopo giorno ci sovrasta e inorridisce, se tutto questo infrangere, usurpare, massacrare, deturpare e bestemmiare che ci fa ululare allo scandalo, al non s’era mai visto e manco immaginato, se ciò che ci appare come un’eccezionalità di questa inverosimile contemporaneità non fosse che un’ovvia normalità? Ed eccezionale non fosse che il tempo in cui siamo nati e cresciuti? Eccezionale il tempo del diritto internazionale, dell’impegno alla risoluzione pacifica dei conflitti, della giustizia sociale, dei diritti e di tutto il bendiddio aggregato che ci ha pasciuto e fatto superbi agli occhi del mondo? “ Questo privilegio che ha contraddistinto il mondo occidentale invece di diffondersi ovunque adesso arretra davanti alla nuova arroganza del capitalismo tecnologico e dell’eugenetica dei teorici della nuova razza dominante. La memoria, se e quando vi si fa riferimento, serve per alimentare la rivalsa ( ricordo quello che mi hai fatto e ora mi vendico), per giustificare la violenza, per cambiare il senso della storia (quando c’era “lui” si stava meglio, come hanno scelto in Cile). Eppure non possiamo, non dobbiamo  rinunciare alla possibilità di cambiare il mondo consegnando l’umanità alla nuova barbarie. La memoria oggi è anche sommare ai sei milioni di ebrei sterminati da Hitler i centomila palestinesi massacrati da Netanyahu, alle vittime del 7 ottobre i milioni di cambogiani uccisi dai Khmer rossi, i ventimila giovani vittime della repressione iraniana e tutte le vittime di persecuzioni. A tutti loro poi unire i nomi di Renee Good ed Alex Pretti., vittime della realtà distopica imposta dall’”uomo nell’alto castello”. Occorre essere sempre e per sempre contro tutte le sopraffazioni , le violenze camuffate da nuovo ordine, le prepotenze mascherate da strategie politiche  e le liturgie dell’odio quotidiano predicate dai nuovi potenti. Faccio mio l’appello con il quale Edith Bruck, ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, ha concluso la sua intervista rilasciata domenica a “La Stampa” : «Siamo poca cosa rispetto a questi potenti. Però ognuno di noi ha comunque una piccola arma in mano. Non dobbiamo rimanere fermi a guardare quello che accade».

 

 
 
 

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