L'AMICO IMMAGINARIO
- 02spiblo02
- 9 dic 2025
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Qualora persista dopo il decimo anno di età, il fenomeno “dell’amico immaginario” diventa una patologia e richiede quindi la necessità di un intervento specialistico atto a rimuovere l’illusione che rischia di danneggiare gravemente la percezione della realtà. Ecco: sebbene la classe politica europea risulti composta da persone che hanno superato il primo decennio di vita e che la stessa Unione Europea sia ormai da tempo maggiorenne, la sindrome dell’”amico immaginario” è tutt’altro che superata e si riflette nelle parole e nelle (non) decisioni. Si continua infatti ad essere vittime di una allucinazione collettiva che identifica necessariamente ed automaticamente negli Stati Uniti d’America l’amico che non si può abbandonare. Di più, come l’amico che si deve seguire, omaggiare, onorare, anche blandire se del caso ma in ogni caso mai e poi mai contraddire o disobbedire. Un atteggiamento che non pare scalfito dagli attacchi economici, dagli insulti verbali , dalle manipolazioni che l’attuale amministrazione americana ha, fin dall’insediamento anzi fin dalla campagna elettorale, indirizzato contro l’idea stessa di una Europa soggetto politico, sostenendo e foraggiando i movimenti ed i partiti populisti e nazionalisti. Dunque, ammesso che il rapporto tra Europa e U.S.A. , oltre le roboanti dichiarazioni di principio, sia mai stato davvero un rapporto di amicizia e condivisione ideale e non piuttosto una questione di reciproca utilità (sempre un po’ sbilanciata dalla parte più forte) dovrebbe apparire evidente, come intellettuali e politologi vanno affermando da tempo, che non esista più né l’amicizia né la condivisione di valori. L’idea di equilibrio mondiale proposta e tendenzialmente messa in pratica da Trump e dai suoi prevede due soli riferimenti: il denaro e la potenza. Il presidente, da codice genetico e da formazione convinto di potere tutto ed il contrario di tutto magari anche nello stesso quarto d’ora, privilegia il primo aspetto; i suoi ideologi tecno-miliardari e reazionari che hanno in J.D.Vance la loro punta di lancia, preferiscono la potenza e l’eugenetica (razzismo, elitismo, disprezzo per i meno fortunati). Dividere il pianeta tra potenti, nell’idea in divenire: U.S.A., Russia e Cina. A tutti gli altri resterà ( flebile speranza un “resterebbe”) solo la deferenza ossequiosa, l’obbedienza fedele, il silenzio complice. Una rappresentazione plastica del concetto è stato l’imbarazzante ( per chi ha un minimo di decenza etica) show della firma della tregua fasulla per il massacro di Gaza: intesa bilaterale imposta senza coinvolgere se non formalmente la parte più debole, ignorata totalmente l’Europa. Convocati invece politici graditi disposti a far da fondale alla tronfia esibizione. Lo stesso schema si sta praticando per la guerra Ucraina con le aperture nemmeno più velate a Putin in nome del “Deal”. Come se tutto quanto fin qui descritto non fosse stato già sufficiente a far capire che “l’amico” non è più tale, venerdì scorso un documento ufficiale, la National Security Strategy, ha sancito non solo la presa di distanza definitiva dall’Europa soggetto politico, ma ribadito il divario abissale sul piano ideale. Pressoché contestuali, e non è casuale, gli insulti del diversamente lucido Elon Musk, prontamente sostenuto da esponenti di primo piano del governo, contro l’UE che lo aveva appena sanzionato per aver violato gli obblighi di trasparenza previsti nella legge europea sui servizi digitali. Una conferma, se ce ne fosse stato bisogno, che nell’idea di società che costoro propongono le regole sono quelle che consentono ad una élite di fare ciò che vuole imponendo le proprie scelte o i propri capricci a tutti gli altri, il dissenso semplicemente non è previsto, anzi è duramente sanzionato. Anche per questo appaiono patetici e anche un po’ vergognosi i tentativi di parte italiana di stare in equilibrio su un asse che qualcuno dall’altra parte dell’Atlantico ha già provveduto a sfilare. Come ha ben scritto il direttore de La Stampa Malaguti nel suo editoriale di domenica, quella che ci viene proposta è “una visione feudale, in cui i singoli e sconnessi Paesi europei devono avvicinarsi al castello di Washington con le mani piene di tasse, grano, pane e melliflua riconoscenza. Sorridere e obbedire. Altrimenti calci nelle terga.” . Ci attende un futuro nel quale pure il “vassallaggio felice” di mattarelliana memoria appare un miraggio. Per questo stavolta è davvero l’ultima chiamata per un Europa federale, politicamente in grado di contare e di incidere; che nasca da chi ci sta (non noi, finché l”amico immaginario” resterà il riferimento di Meloni) e presto. Oltre questa siepe sta il buio di nuove dittature.



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