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ISRAELE E' PLURALE

  • 02spiblo02
  • 16 ago 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Nonostante il nome della nazione ebraica discenda da quello che Dio dette a Giacobbe, il patriarca da cui secondo la tradizione discendono le 12 tribù di Israele,  e nonostante che quel nome significhi  “Colui che lotta con Dio” o “Dio Combatte” ( Genesi, capitolo 32 versetti 28-30)  con un richiamo bellicoso che pare rimandare  dalla notte dei tempi fino alla tragica cronaca quotidiana del massacro in corso nella striscia di Gaza, quanto sta avvenendo nelle ultime settimane dimostra una volta di più quanto siano errate le generalizzazioni, le stupide le etichette,le  crudeli e false semplificazioni che pretendono di identificare un popolo con i suoi rappresentati più rumorosi e violenti. Allo stesso modo in cui la coincidenza tra palestinesi e terroristi è una follia capace di generare i mostri che sappiamo, allo stesso modo il popolo ebraico, non è sovrapponibile all’immagine truculenta del suo capo di governo e tantomeno a quella spietata e razzista dei ministri ultra-assassini( ultra-ortodossi  pare termine eccessivamente moderato)  Ben-Gvir  e Smotrich.  Fin dai primi mesi in molti nella vasta comunità ebraica nel mondo hanno preso le distanze dall’assedio di Gaza, prevalentemente all’estero, dove le notizie arrivavano senza le manipolazioni della stampa allineata  e dove il senso della paura e dell’assedio, rinnovato dagli attacchi del 7 ottobre, era minaccia meno avvertita. E’ vero, c’è voluto parecchio. Ci sono volute le instancabili denunce delle associazioni ebraico-palestinesi come B'Tselem, Zazim e altre insieme con il costante manifestare dei parenti degli ostaggi oltre ad una crescente pressione dell’opinione pubblica internazionale per rimuovere quel sentimento da “fortezza circondata da nemici implacabili” che accompagna gli israeliani sin dalla nascita dello Stato. Da qualche tempo finalmente il senso di disagio si va trasformando in vergogna e l’opposizione ad un massacro che ha ormai perso qualunque legame con il pur discutibile concetto di rappresaglia per essere solo strumento di una cieca volontà di sterminio e di espansione territoriale, cresce sempre più forte. Intellettuali ( in testa David Grossman) , persino militari e riservisti, ragazzi che rifiutano la chiamata alle armi, altri che irrompono in programmi tv per contestare la prosecuzione della guerra e il progetto di invasione e poi le manifestazioni di piazza con decine di migliaia di persone ad esporre le foto dei bambini uccisi da Hamas al fianco di quelli sterminati dall’IDF e dalla fame a Gaza. Il popolo ebraico sta ritrovando l’unione contro la politica aggressiva e guerrafondaia di Netanyahu, la stessa che sino al settembre 2023 aveva portato in piazza una moltitudine di cittadini infuriati per le proposte autocratiche del governo e sdegnati dalle accuse di corruzione verso il capo del Likud, una ondata che minacciava di travolgere l’esecutivo e che si è placata solo dopo l’attacco dei terroristi, tanto da far sorgere, a distanza di tempo, più di un interrogativo sulla reale dinamica dell’evento. Domani 17 agosto è previsto uno sciopero generale nel paese, un’azione che potrebbe dare nuova forza a chi si oppone al capo del governo. Il mondo si muove ( lentamente e non in maniera uniforme ma ogni giorno di più) ed Israele, anche se in origine il nome è riferito a persona singolare, dimostra di essere plurale, di non essere un monolite schierato dietro l’ottusa violenza di Netanyahu e dei coloni. Israele ha ancora un’anima e si sta risvegliando dalla paura veicolata attraverso le manipolazioni del potere. Tutto serve per dare una speranza alla fine dell’orrore.

 
 
 

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