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ARGINI

  • 02spiblo02
  • 26 giu 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Una delle definizioni di diplomazia è, secondo la Treccani, “l’abilità e alla finezza nel trattare questioni delicate”, necessario corredo a quella principale afferente “l’arte di condurre affari internazionali per conto di uno Stato”.  La rivoluzione populista e sovranista sta archiviando anche questa tradizione vecchia di secoli con l’imposizione di atteggiamenti basati sulla forza più brutale e su di un linguaggio intriso di volgarità, supponenza e arroganza.  Già da un po’ appare chiaro lo sdoganamento della legge del più forte imposta a livello mondiale, ignorando il diritto internazionale, smentendo anche sé stessi nel giro di poche ore, selezionando le persone secondo profili patrimoniali ( in primis) e razziali, ignorando massacri se compiuti dagli amici  ed ingigantendo e amplificando qualunque dissenso provenga dai “nemici”. Ora, non si sa se per pura idiozia o in ossequio ad una rilettura della storia che pure  necessita di un linguaggio funzionale a quanto posto in atto, anche il peso delle parole muta di segno. Il parallelo fatto ieri da Donald Trump tra il bombardamento sul sito iraniano di Fordow e quelli  di Hiroshima e Nagasaki , accompagnate sul social-ossimoro “Truth”  da video con musichette allegre a far da sottofondo al fragore degli ordigni, segna un ulteriore salto di livello nella comunicazione e nell’atteggiamento dell’amministrazione statunitense.  Il paragone è non solo  “osceno”, come lo definisce giustamente Stefano Massini in un suo articolo su Repubblica, ma fa accapponare la pelle per ciò che può comportare.  Non si tratta della negazione dell’orrore della bomba atomica ( giusto per ricordare: circa 200.000 morti e altrettanti feriti, tutti civili ); almeno quello “The Donald” dovrebbe conoscerlo. Si tratta invece di qualcosa di peggio: l’ inclusione della “soluzione finale” tra le opzioni possibili, valutabili senza particolari remore, senza alcun rigurgito etico-morale, come mezzo per “risolvere” contrasti e questioni di interesse del potente di turno. Un modo di ragionare che applicato agli ego debordanti di leader come Trump, Putin o Kim Jong-Il, insofferenti ad ogni ostacolo che si frapponga tra i loro deliri e la realtà, rischia di tenere costantemente il mondo sul limes del terrore.  Un balzo indietro di oltre quarant’anni ( l’ennesimo) con l’aggravante che all’epoca chi guidava i due blocchi contrapposti , ben consapevole dei rischi, usava la deterrenza come spauracchio ma applicava alla prassi il dialogo e la prudenza. Entrambi questi due aspetti sono invece palesemente sconosciuti ai nuovi padroni del mondo ed in particolare a quello americano che, intriso di una considerazione di sé che lo fa considerare un semidio, si dimostra accondiscendente solo davanti ad atteggiamenti vergognosamente servili ed ossequienti ( ma altrettanto indecorosi)  come quelli del primo ministro tedesco Merz o ( anche peggio per i toni) del segretario Nato Rutte ( un uomo il cui operato già quando era capo del governo olandese ha presentato singolari analogie con l’onomatopeia del suo cognome).  Gli argini sono rotti. Siamo dentro al reality-show imposto dalla principale potenza mondiale ormai in mano ad un uomo il cui unico credo è, per dirla con Michele Serra, “la venerazione inesausta di se stesso e l'idea delirante di un'America onnipotente e onnipresente” .  Vedere i capi di governo europei in ginocchio dal padrone invece che a schiena dritta a far valere la loro forza ( che esisterebbe se solo si avesse il coraggio e la generosità di smettere di guardarsi l’ombelico) dovrebbe offenderci  sia come europei che come esseri raziocinanti. Coltivare l’incertezza del futuro, consegnandone le chiavi ad un novello Nerone, non è una prospettiva che possiamo adattarci ad accettare.        


 
 
 

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