ALMENO 1518 PASSI INDIETRO
- 02spiblo02
- 8 apr 2025
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E’ stato pubblicato il rapporto di Amnesty International sulla pena di morte nel 2024. Sebbene i dati raccolti siano largamente incompleti per il rifiuto di alcuni stati di fornire informazioni e per le difficoltà di verificare quanto avviene in altri, dal report emerge un dato tristemente significativo: risultano eseguite almeno 1.518 condanne a morte. Il numero più alto dal 2015. Alla conta mancano, a mio avviso, le vittime civili dell’Ucraina e di Gaza poiché non vedo come altro passano essere definiti se non condanne a morte gli attacchi pianificati contro abitazioni , luoghi di ritrovo, ospedali, che avvengono in quelle zone. E chissà se nel conto c’è compresa la morte di Navalny, deceduto in Siberia formalmente per “cause naturali”. In testa alla spregevole classifica stanno Iran, Iraq e Arabia Saudita ( sì, la terra dove qualcuno aveva intravisto la possibilità di un “nuovo rinascimento”…) che da sole sono responsabili del 91% delle esecuzioni, avvenute non di rado per contenere il dissenso nei confronti dei regimi governativi. Seguono gli Stati Uniti con 25 esecuzioni contro le 24 del 2023 . Significativa qui la presa di posizione della nuova amministrazione che tra i primi provvedimenti assunti ha chiesto agli Stati di “darsi da fare per recuperare i prodotti necessari per eseguire le condanne a morte tramite il metodo dell’iniezione letale” . Il presidente Trump con lo stesso provvedimento ha poi reintrodotto” la pena di morte federale” ordinando al procuratore generale di richiederla, “indipendentemente da altri fattori”, quando il caso riguarda l'uccisione di un agente o reati capitali «commessi da uno straniero illegalmente presente nel paese». Nel panorama globale che già induce a fosche riflessioni, questa ulteriore notizia pare confermare inesorabilmente la “marcia indietro” imboccata dal genere umano. Sempre più sono i paesi dove il potere è interpretato in maniera personalistica con disprezzo di ogni pensiero non conforme, sempre di più sale una insensata domanda di giustizialismo nei confronti dei deboli, degli immigrati, dei non allineati. Le condanne a morte sono l’indecente arma finale con la quale si ritiene, contro ogni evidenza, di stroncare il crimine o la protesta. Fino a qualche tempo fa si poteva coltivare il lusso dell’indignazione da lontano. Alla fine questa vergogna la si vedeva applicata in paesi lontani ideologicamente e culturalmente e si potevano sottoscrivere petizioni e appelli con la certezza che non ci sarebbe più toccato in sorte di confrontarsi da vicino con questo crimine. Oggi possiamo dirci altrettanto sicuri ? Davanti alla marea montante di fanatismo ideologico e reazionario che giorno dopo giorno traduce il dibattito in un confronto tra amico e nemico, con l’arrogante pretesa dei portatori di verità assolute, siamo certi che le celebri parole di Cesare Beccaria siano ancora considerate valida premessa ad ogni ragionamento sulla giustizia o che piuttosto non si estenda la voglia di “sacrificare all’idolo insaziabile del dispotismo” ? V’è da notare infatti che, sebbene il rapporto di Amnesty si riferisca agli assassinii compiuti in nome della legge, esiste oggi anche una “morte civile” alla quale ricorrono le moderne autocrazie con campagne diffamatorie e bugie istituzionalizzate. Una diversa ma non meno letale forma di esecuzione.



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