META'
- 02spiblo02
- 16 ott 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Nei giorni successivi alle elezioni, di qualunque tipo esse siano, immancabilmente i commenti dei politici si focalizzano sulle ragioni in base alle quali hanno vinto (quasi) tutti; chi perché pensava di perdere di più, chi perché ha ottenuto il consenso del maggior numero di coloro che si sono recati alle urne. Eppure dopo il primo giro di consultazioni regionali sarebbe meglio dire che tutti hanno perso e più di tutti ha perso la democrazia. Ai seggi erano convocati oltre 6 milioni di elettori pari al 12,4% del totale degli aventi diritto a livello nazionale. Una percentuale significativa. Con la parziale eccezione della Valle d’Aosta ( calo sensibile anche lì) dove l’affluenza è stata del 62,98%, per il resto è stata una autentica Caporetto. Assente il 50% o più dell’elettorato. Almeno uno su due ha deciso di restare a casa, di rinunciare all’espressione della propria volontà, all’atto che da solo racchiude gran parte dell’essenza stessa di un sistema democratico. Una rinuncia che sa di rassegnazione ma anche di rabbia, di sconforto, di perdita totale della fiducia in un cambiamento possibile. Esperiti i tentativi legati al “falso nuovismo” di Renzi, Salvini e Cinque Stelle che hanno tempo per tempo incarnato l’illusione di una possibile rottura con le dinamiche ingessate ( ossimoro drammaticamente reale) della politica di palazzo, il disincanto ha preso il sopravvento. L’illusione della mobilitazione venuta dalle piazze per Gaza è rapidamente appassita in percentuali di partecipazione che dovrebbero preoccupare. Qualcuno si stupisce ancora o sminuisce il fenomeno inquadrandolo in una tendenza più generale e continentale ma la sottovalutazione della questione è ancora più preoccupante della stessa tendenza in atto. Non si vuole o non si sa fare l’analisi delle ragioni. Eppure non mancano i dati che offrono possibili chiavi di lettura. Ad esempio il report “radar” di SWG (ricerche di mercato e di opinione) pubblicato il 6 ottobre indicava che tra le motivazioni dei partecipanti ai citati cortei non c’era solo lo sdegno per l’immane carneficina palestinese ma anche una forte componente di disagio economico (precarietà, bassi stipendi, evasione fiscale non combattuta). La pubblicazione dei dati ufficiali Istat sulla povertà relativi all’anno 2024 confermano le difficoltà di tanti: l’8,4% delle famiglie residenti sono in condizioni di povertà assoluta ( 5,7 milioni di persone) , la povertà relativa coinvolge il 10,9% delle famiglie . Gli affitti alle stelle sono un grande problema irrisolto e tra gli inquilini l’indice di povertà è del 22,1% contro il 4,7% dei proprietari. Non conforta il fatto che i dati siano stabili rispetto al 2023, anzi è una conferma che le politiche governative non riescono ad incidere e che anche il tanto propagandato aumento di posti di lavoro, se non consente una crescita dei salari, significa soltanto che le paghe anziché aumentare diminuiscono. Eppure come ha rilevato Mediobanca il Pil pro-capite degli ultimi 10 anni è cresciuto del 15% e questo avrebbe consentito a molte aziende(lo dice sempre l’Istituto milanese) di aumentare gli stipendi di circa 4.000 euro all’anno senza intaccare i dividendi degli azionisti. Sappiamo invece qual è l’andamento dei salari… Ancora: le statistiche di SWG rilevano che solo poco più della metà degli italiani riesce a coprire completamente le spese quotidiane; uno su dieci non saprebbe far fronte a spese impreviste e solo il 19% riesce a mettere da parte qualche risparmio. Intanto cresce la pressione fiscale ( al 42,5 % nel 2024 contro il 41,2% dell’anno prima, dato Istat) e, mercé anche i reiterati condoni varati negli ultimi anni, aumenta anche l’evasione fiscale (“il 60% non paga tasse, un 24% versa quelle appena sufficienti per pagarsi i servizi di base. Così tutto il carico fiscale è sulle spalle del 17% della popolazione che dichiara redditi da 35 mila euro lordi l’anno in su” scriveva Alberto Brambilla qualche mese fa sul Corsera). Questi numeri dicono che una gran fetta della popolazione da tempo non ha risposte dalla politica e per questo se ne distacca in maniera crescente. A qualcuno, segnatamente alla compagine governativa, può far comodo. Giocare la partita su numeri di partecipazione così bassi può consentire ad una minoranza compatta, alimentata da una azione capillare di propaganda fondata su temi fortemente identitari, di mantenere percentualmente una supremazia relativa. Ma l’opposizione dov’è? L’abbiamo vista nell’ultimo mese inseguire le piazze ma senza ritorni di consenso. Resta carente in termini di proposte mentre si imbarca in “giochesse” da vecchia nomenKlatura ( vedi Campania). Il futuro e l’idea di paese che si vorrebbe è assente o precariamente abbozzata. Troppo poco per scalfire la rabbia, smuovere la diffidenza, recuperare alla speranza. Con metà Italia assente dalla democrazia si perde tutti, ma più di tutti perde la speranza di una società migliore.



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